Fossili di fauna tropicale

Il Valdarno superiore è uno dei bacini fossiliferi di vertebrati più ricchi del mondo e i campi di Terranuova, in particolare, restituiscono da tempo immemorabile una grande quantità di ossa fossilizzate di animali vissuti sulle rive del lago pleistocenico che occupava quasi tutta la vallata fra 1.800.000 e 1.000.000 di anni fa, in un clima generalmente molto più caldo dell'attuale, ad eccezione dei periodi glaciali.
foto non disponibile Prima ancora che se ne occupasse la scienza moderna, i fossili rinvenuti dai contadini, raccolti come oggetti curiosi, andavano a fare bella mostra di sé nel salotto del padrone o dei suoi amici ma che cos'erano? si pensò che le zanne di elefante potessero essere cadute ai pachidermi dell'esercito di Annibale, di passaggio in Valdarno nella primavera del 217 a. c.; ma accanto ad esse si trovavano ossa di orsi o di ippopotami, animali non certo idonei all'utilizzo bellico. Si ipotizzò allora che a provocare la "strage" fosse stato un grande cataclisma che aveva sconvolto la terra; forse proprio il biblico diluvio universale. Poi si fese strada la teoria evoluzionistica di Darwin, si scoprì che che le dlmenzioni di molti animali di sui si trovavano i resti dovevano essere state perlomeno il doppio di quelle dei loro simili viventi e che altri appertenevano a specie scomparse; si precisarono i tempi delle ere geologiche, si ricostrui il processo chimico della fossilinazione e si individuarono le condizioni ambientali indipensabili al suo verificarsi; anche la storia geologica e biologica del bacino valdarnese assunse man mano contorni più nitidi. che cosa era dunque realmente accaduto in questa valle nel corso dei millenni di un tempo tanto lontano?
In un clima tropicale o subtropicale, caratterizzato da lunghi periodi di stagioni umide che si alternavano a fasi più secche, viveva sulle sponde del lago valdarnese una fauna numerosa di erbivori e carnivori simili a quelli dell'odierna savana africana, animali che lasciavano il posto ad altri più resistenti al freddo durante gli intervalli glaciali. Quando qualcuno di essi si ammalava, tendeva per un bisogno naturale ad avvicinarsi all'acqua e spesso finiva col morire presso le rive di uno dei fiumi che scendevano tumultuosamente dai versanti del Pratomagno e del Chianti, allora molto più alti e scoscesi di oggi. La sua carcassa, se non aveva avuto il tempo di decomporsi prima, poteva essere inghiottita dalla corrente durante una delle frequenti e rovinose piene; sbattendo qua e là nella vorticosa discesa, era inevitabilmente ridotta a pezzi e qualcuno di questi finiva per essere trasportato fra gorghi e mulinelli nel fondo lacustre, assieme al materiale alluvionale grossolano; uno successiva fase di calma meteorologica avrebbe permesso poi il lento deposito di materiale più fine, come l'argilla, sui resti ossei, favorendone prima l'isolamento dall'ossigeno presente nell'acqua (responsabile primario della decomposizione) e quindi il lento scambio tra sali organici e sali inorganici, cioè lo fossilizzazione. E' questo il motivo per cui le ossa fossili si ritrovano oggi soltanto in certe "sacche" e per lo più allo stato di frammenti; rarissimo è infatti il caso del rinvenimento di uno scheletro pressoché integro.
Da quando; nel luglio 1774, il naturalista Giovanni Targioni Tozzetti si fece regalare dal priore di Ganghereta un corno di cervo con parte del cranio, che il religioso aveva trovato nei dintorni (è il primo reperto di cui si abbia notizia), si sono moltiplicati i rinvenimenti, anche cospicui, nel territorio comunale di Terranuova e tuttora continua ad affiorare qualche frammento osseo, specie nei dintorni del Tasso o nelle colline della Valle dell'lnferno, a nord del capoluogo; proprio qui, sui campi del podere "Le Fratte"; o "Casa Frata", fu scoperto nell'inverno 1978-79, durante i lavori di sbancamento per l'impianto di un vigneto, uno dei più rischi giacimenti fossiliferi di vertebrati finora venuti alla luce: tra i molti reperti, figurano ossa e difese di ananco (o mastodonte) e di elefante meridionale, impalcature di cervidi, un cranio quasi intero di macairodo (lo "tigre dai denti a sciabola"), ossa di iene, ippopotami, orsi, di antilopi e di altri bovidi, di equini e canidi scomparsi, per ricordare solo le specie più rappresentate; non mancano nemmeno i "coproliti", ossia gli escrementi fossilizzati. I numerosi reperti fossili trovati nel Valdarno sono esposti nei musei Paleontologici di Firenze (via La Pira, 4) e Montevarchi (via Poggio Bracciolini).

Carlo Fabbri

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