San Biagio ai Mori

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La chiesa di San Biagio, con la facciata in via Ricasoli, fu eretta, come le altre del nuovo borgo murato, intorno alla metà del XIV secolo dal popolo dei Mori che la dedicò a San Biagio, vescovo di Sebaste, e a San Paolo. I lavori di costruzione e di abbellimento dell'edificio dovettero protrarsi per vari decenni, come attesterebbe un'epigrafe sull'architrave della porta della canonica, sull'attuale via Battisti, che fa riferimento al 1382, al tempo in cui era rettore della chiesa Iacopo dei Mori: MCCCLXXXII T(EMPORE) PR(E)P(S)B(ITE)RIS IACOPI DE MOR(IS). Al di sopra di questa, un'altra iscrizione, invece, ricorda l'anno in cui la chiesa fu elevata a prioria: PRIORIA S(ANCTI) BLASII A. 1617. San Biagio ai Mori, infine, fu eretta a prepositura nel 1737 e serbò questo titolo fino alla prima metà circa dell'Ottocento.
La chiesa mantiene ancor oggi le tracce degli interventi di cui fu oggetto nel corso dei secoli ed è altresì l'unico edificio sacro del paese che conserva quasi tutta la decorazione pittorica originaria. L'interno è molto semplice, ad unica navata, con soffitto voltato e cupoletta che sovrasta l'altare maggiore, e due altari laterali in posizione speculare. Gli affreschi trecenteschi sono disposti sui lati lunghi; quelli più antichi sono a destra e risalgono al 1385, come fa fede l'iscrizione alla base della decorazione che si riferisce ai committenti e all'anno di esecuzione: [H]OC OPUS FECE FARE BERNARDO e HOC (O)PUS FECE FARE SIMONE DEL FABRO MCCCLXXXV. Questi affreschi, un tempo occultati dall'intonaco come le altre pitture oggi riportate alla luce, sono divisi in quattro scomparti da cornici dipinte a motivi geometrici e dentelli. Nel primo riquadro, entrando, è rappresentato Sant'Antonio Abate, con il lungo abito monastico e il bastone. Nel secondo scomparto è raffigurato San Michele Arcangelo con la bilancia, nell'atto di pesare l'anima di un giusto e quella di un reprobo. Accanto domina la figura di San Pietro, seduto su un trono decorato alla cosmatesca. Nell'ultimo riquadro è rappresentata una santa, identificabile con Santa Lucia vergine e martire, con i simboli del suo martirio.
Sulla parete di fronte gli affreschi, eseguiti dalla stessa mano, sono datati 1388, come si legge, pur con difficoltà, in un'epigrafe alla base della composizione che ci rivela altresì il nome del committente, forse lo stesso Simone del Fabro che aveva fatto decorare nel 1385 la parete destra: MCCCLXXXVIII QUESTA OP(ER)A FECE FARE SIMONE P(ER) L ANIMA D(EL) PI0 SUO PADR(E) [ET] DEGLI ALTRI SUOI MO[RTI]. Anche questi dipinti sono suddivisi in scomparti mediante cornici a motivi geometrici e originariamente essi occupavano una zona piuttosto vasta della parete, proseguendo fin oltre l'altare eretto nel XVII secolo, come attestano una figura di santa ed altri frammenti di pitture, alla destra di questo. Nel primo riquadro sono raffigurati la Vergine col Bambino, su un trono dalle forme gotiche, e i santi Giovanni Battista e Biagio. Nel riquadro successivo grandeggia la figura di San Bartolomeo; mentre oltre l'altare, come è stato accennato, vi è un altro scomparto, molto danneggiato, con la figura di una santa, probabilmente una replica della Santa Lucia raffigurata nella parete di fronte. Tutto il ciclo pittorico, in cattivo stato di conservazione - molte sono le lacune, diverse parti sono state scalpellate e altre alterate da interventi posteriori - attualmente è sottoposto a restauro. L'autore di questi affreschi, ignoto, è certamente di formazione fiorentina e ripete, pur con qualche ingenuità, certi stilemi propri del giottismo attardato, come la plasticità e l'aspetto grave delle figure, mitigati, tuttavia, da un fare più sciolto e vivace di impronta quasi vernacolare; è il linguaggio di tanti, e spesso anonimi, artefici che operarono a Firenze e nell'area di influenza fiorentina, tra la metà e la fine del XIV secolo, e ancora per qualche tempo oltre.
Procedendo nella visita, a metà circa della parete destra, si incontra un'edicola in pietra riferibile al tardo XV secolo, con stemma recante la croce caricata di cinque stelle - pendant dell'altra posta sulla parete sinistra - contraddistinta dall'eleganza degli elementi decorativi di tipo rinascimentale. Qui fu eretto l'altare dedicato a Santa Maria degli Angeli, come già risulta dalla visita pastorale del 1583, di patronato della famiglia Urbani, la quale donò il bel dipinto ad olio su tavola rappresentante la Madonna col Bambino tra i santi Francesco e Giovannino, databile al XVI secolo e attribuito a scuola di Andrea del Sarto; l'opera attualmente è in deposito presso il Palazzo Vescovile di Arezzo. Sulla parete di fondo dell'edicola sono affrescate quattro figure di angeli che adorano un'immagine, al centro, oggi perduta poiché, forse, rimossa quando vi fu incassata la tavola cinquecentesca. Due figure di sante ornano i lati brevi della cappella: a sinistra è raffigurata Sant'Anna, di aspetto senile; a destra, invece, è rappresentata Santa Caterina d'Alessandria con la ruota. Questo ciclo di affreschi, recentemente restaurato, è di buona qualità e probabilmente coevo alla costruzione dell'edicola, e quindi databile intorno alla fine del XV - inizio XVI secolo; stilisticamente è da attribuire ad un pittore di scuola fiorentina.
Nel presbiterio è collocato il coro ligneo, dalle linee molto semplici, di manifattura toscana della seconda metà del XVIII secolo, come l'inginocchiatoio dalla classica tipologia tardo-settecentesca. Sulla parete a destra dell'altare maggiore vi è un bell'affresco, recentemente sottoposto a restauro, rappresentante la Madonna in trono - la cui testa è purtroppo perduta come parte del panneggio - col Bambino, San Raffaele, con Tobiolo, che tiene in mano un pesce, e San Rumualdo; la composizione è delimitata da pilastri dipinti, decorati con motivi a tortiglione in vivace cromia. La pittura è alquanto accurata, specialmente nel trattamento delle vesti, riccamente panneggiate e ricamate, e rivela la mano di un buon maestro di scuola fiorentina del XV secolo vicino all'ambiente di Benozzo Gozzoli. È stato anche ipotizzato, tuttavia, che l'affresco debba attribuirsi a fra Diamante, l'allievo di Filippo Lippi, nativo di Terranuova, la cui attività non è stata ancor oggi ben ricostruita.
Sull'altare maggiore era collocato un dipinto a tempera su tavola rappresentante la Madonna in trono col Bambino. Attualmente il dipinto, dopo il restauro che lo ha restituito alle sue forme originarie, liberandolo dalle aggiunte seicentesche, è in deposito presso il Palazzo Vescovile di Arezzo e deve quindi essere ancora ricollocato. È probabile che si tratti della parte centrale di un polittico, come lascia intuire, ad esempio, il supporto ligneo con la cuspide tagliata. La tavola, caratterizzata da un cromatismo prezioso e da una certa morbidezza del modellato, riecheggia la maniera di Agnolo Gaddi, come aveva già evidenziato il Carocci, e si può pertanto attribuire ad un pittore fiorentino e ipotizzare una datazione all'inizio del XV secolo.
Uscendo dalla zona presbiteriale si incontra, sulla parete sinistra, un altare in pietra dalle forme classicheggianti che reca sulla ghiera dell'arco a tutto sesto un'iscrizione in onore di San Carlo Borromeo e nel plinto della colonna di destra la data 1612. È un'opera di un ignoto artista fiorentino che ha qui ripreso lo stile tardo-quattrocentesco dell'edicola posta di fronte. L'altare, come è ricordato nella visita pastorale di Sebastiano Maggi del 1830, era dedicato alla Presentazione di Maria Vergine ed era sotto il patronato del monastero della Santissima Annunziata di Terranuova, del Regio Governo e del rettore pro tempore della chiesa. Sempre in questa visita pastorale è citata, sull'altare, una grande tela dipinta ad olio rappresentante San Carlo Borromeo in preghiera davanti al Crocifisso. Il quadro, recentemente restaurato e ancora da ricollocare, è di autore ignoto e pur essendo contraddistinto da una certa scioltezza della pennellata e da delicati impasti di luce-colore non è di altissimo valore artistico. La tela, citata nell'inventario parrocchiale del 1688, non è datata, ma ha come termine post quem il 1610, anno della canonizzazione dell'arcivescovo di Milano, ed è da mettere in relazione con gli interventi seicenteschi che riguardarono la chiesa.

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