La Befanata e la Zinganetta

Tra il solstizio d'inverno e le prime avvisaglie del ritorno della primavera, nel periodo in cui i lavori agricoli e lo stesso anno subivano come una sospensione, i contadini disponevano di una maggior quantità di tempo libero, che i giovani impiegavano per allestire particolari forme drammatiche itineranti, la Befanata e la Zinganetta, che erano diretta espressione dello spirito del carnevale, di cui accompagnavano in qualche modo lo svolgersi, dalla festività dell'Epifania al Martedì Grasso.
Nella notte tra il 5 ed il 6 gennaio, e in alcuni casi anche nelle sere precedenti, brigate di giovani sommariamente mascherati e accompagnati da un presentatore, che era in genere una persona capace di improvvisare in ottava rima ("cantare di poesia"), si recavano di casa in casa e si esibivano in una breve farsa o in una semplice azione mimica. Alla brigata si aggregavano di norma uno o più suonatori (di organetto, o anche di strumenti da banda, come il clarinetto) per animare qualche ballo. Tra le maschere dei giovani che "andavano a Befana" erano immancabili quelle del Vecchio e della Vecchia, del Giovanotto e della Ragazza, ai quali si affiancavano altri personaggi caricaturali come Stenterello, Pulcinella, il Capitano, il Dottore. Alla fine dell'esibizione i giovani ricevevano dai padroni di casa dei doni, per lo più alimentari, che venivano accantonati in vista di una cena ("merenda") in comune. Si può quindi dire che la Befanata era anche una forma itinerante di questua che svolgeva la funzione di ricomporre le relazioni sociali in un periodo dell'anno in cui il freddo accentuava l'isolamento dei nuclei familiari dispersi nelle campagne: grave sintomo di mancanza di spirito di socialità era appunto considerato il rifiuto di ospitare le compagnie di giovani che si recavano di casa in casa a portare allegria e ricevere doni augurali.
Nella Zinganetta di impianto tradizionale, in cui l'azione drammatica aveva un respiro molto più ampio di quello delle semplici farse delle Befanate, ritroviamo sempre i personaggi del Vecchio e della Vecchia, del Giovanotto e della Ragazza. Ad essi si affiancano il Capitano, vero erede del Miles gloriosus ("Ho disfatto fortezze / ho 'nfranti baluardi / ed òmini gagliardi / ho sbaragliati. / I posti più onorati / a me furon concessi / perché il nemico messi / sempre in rotta!..."); il Dottore, vero e proprio azzeccagarbugli, che cerca di far colpo con il suo latino storpiato già nell'originale e ancor più strapazzato nella recitazione degli attori contadini ("Magna est in gloria / est omne veritate / quello che raccontate / o valoroso! / Nel foglio polveroso / di Salustio e Cotone / nel grande Cicerone / non si legge!.."); il Sensale di matrimoni ("cozzone"); Stenterello, Pulcinella, Zanni ed altri ancora. Tra tutti si distingue, anche perché non sempre prende parte all'azione drammatica vera e propria, il personaggio della Zingana, che è dotata di poteri magici ed è in grado di prevedere il futuro ("Dunque se avete inteso / so' maga e so' indovina / e sto in questa collina / chi mi vole!"). I testi delle Zinganette erano opera di autori semiprofessionisti; non mancarono però anche contadini che, con minore o maggiore originalità, si cimentarono nella imitazione dei modelli già affermati (o, per essere più precisi, di quell'unico modello che si era tramandato nel tempo con adattamenti e modificazioni più o meno profonde). È questo il caso del poeta-contadino terranuovese Santi Bigi, detto "il Bruco", il quale nell'immediato secondo dopoguerra compose un testo su Nascita e morte del Fascismo, che venne recitato durante il Carnevale del 1947. Il testo del Bigi, a dire la verità, si discosta notevolmente dal tipo di Zinganetta classico dal momento che in esso sono assenti la trama amorosa e l'elemento buffonesco; ma l'impianto, la struttura, la forma metrica, la lingua e lo stile sono quelli della Zinganetta. I personaggi sono nientemeno: Mussolini, il Re, il Negus, Churchill, Hitler, Laval, Stalin, il Partigiano, 1'Americano, il Giapponese; ma il modo di esprimersi di questi personaggi aderisce perfettamente a quello degli attori-contadini che li interpretavano. Ecco come, in una delle ottave conclusive di congedo, il Re si rivolge a Mussolini:

E quande a Roma facesti l'ingresso
ti dovéi ricorda' d'i' tuo padrone
fu i' re Vittorio ti dette i' permesso
e poi tu lo trattasti da garzone!
lo t'ho fatto mori' [= arresta'] senza processo
e odiato da tutte le persone;
lo vedi i' che t'han fatto l'ltaliani:
t'hanno fatto mori' dai partigiani !

Una volta procuratosi il copione (in genere manoscritto) della Zinganetta da rappresentare, i giovani attori contadini se ne dividevano le parti e con l'aiuto di "esperti" del posto mettevano a punto la recita, ritrovandosi insieme la sera per tutto il mese di dicembre. La prima "sortita" aveva luogo subito dopo l'Epifania, e quindi la Zinganetta veniva replicata nelle località vicine per tutto il periodo del Carnevale, senza mai violare il termine cronologico ultimo del martedì precedente Le Ceneri. In questo modo quel collegamento che la Befanata aveva realizzato a livello di nuclei familiari, veniva allargato, in una sorta di scambio culturale, alle borgate e ai paesi vicini. Anche in occasione delle recite di Zinganette venivano raccolte offerte del pubblico, questa volta in denaro: le somme ricavate, detratte le spese per il noleggio dei costumi, servivano per la realizzazione di una lauta cena conclusiva, cui partecipavano sia gli attori, sia i loro più diretti sostenitori ("socii della Zinganetta").

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