La rocca di Montefortino

Prima di raggiungere la strada provinciale dei Sette Ponti, merita soffermarsi ancora un po' nella zona, perché vi sono altre testimonianze interessanti. A circa mezzo chilometro dalla chiesa, oltrepassato di poco il cimitero, deviando a sinistra per una stradicciola di campo e dopo poco nuovamente a sinistra, si raggiunge Casa Montelungo, da dove, proseguendo a diritto, si arriva sullo sperone di Montelungaccio. Basta osservare le pareti esterne della casa colonica, edificata nei primi decenni di questo secolo quasi a strapiombo sul borro sottostante, per rendersi facilmente conto che nella costruzione e nei muri a secco dei dintorni sono stati utilizzati materiali ricavati da edifici più antichi; se ci si inoltra poi nel fitto boschetto di robinie, quercioli e rose selvatiche che ha invaso un vecchio oliveto, ci apparirà quasi all'improvviso un'alta muraglia coperta in gran parte dall'edera: è tutto ciò che resta di quella che fu tanti secoli fa la rocca di Montefortino. Ormai solo gli anziani contadini che abitavano nel posto (quegli stessi che avevano costruito i muri a secco e la casa) si ricordano dell'antico nome del luogo e delle emozioni che provarono quando scoprirono ai piedi della torre in rovina, mentre scassavano il terreno per impiantarvi un oliveto, delle ossa umane e un grande "ziro" di coccio contenente armi e monete ossidionali di cuoio (coniate, come si usava, in tempi d'assedio), oppure quando videro sprofondare il terreno sotto i colpi della zappa (probabilmente avevano centrato una cisterna), misurarono con una lunga canna la profondità della "caverna" e si affrettarono a riempirla con la terra e i sassi che trovavano attorno, sigillando il tutto con un alberello d'olivo.
Montefortino apparteneva a Uberto Spiovanato dei Pazzi, figlio di quel Ranieri di cui si è già avuto occasione di parlare a proposito dell'aggressione al vescovo di Salamanca, quando, nel settembre 1288 (l'anno precedente il grande scontro di Campaldino) si inasprì all'improvviso il conflitto tra Firenze e Arezzo. I Fiorentini avevano armato mille cavalieri e quattromila fanti e si erano diretti a Laterina cercando di giungere alla battaglia con lo schieramento della città rivale, ma gli Aretini, trovandosi in posizione svantaggiata, rifiutarono lo scontro e si rifugiarono nella loro città; all'armata guelfa, che non aveva previsto nei suoi piani un lungo assedio, non restò quindi che tornare indietro, ma, non potendo rientrare "a mani vuote", assalì lungo la vecchia strada romea le fortezze di Montemarciano, Poggitazzi e Montefortino, tutte in mano ai Pazzi di Valdarno, alleati di Guglielmino degli Ubertini, vescovo e signore di Arezzo.
Le cose però, nonostante il massiccio spiegamento di forze, non andarono molto lisce per i Fiorentini; a Poggitazzi, per esempio, i difensori ghibellini fecero molti prigionieri illustri tra i loro nemici - fu catturato persino il pievano di Romena -, prima di abbandonare quella fortezza per rifugiarsi a Montefortino; e qui, con la minaccia di uccidere gli ostaggi, Uberto Spiovanato costrinse gli assedianti a venire a patti: il 22 settembre, presentatosi sul ponte levatoio, si impegnò col podestà fiorentino Antonio Fussiraga da Lodi a cedere il fortilizio alla Repubblica (che l'avrebbe poi raso al suolo) in cambio della bella cifra di mille fiorini d'oro. Una decina di giorni dopo, l'accordo fu perfezionato a Firenze dallo stesso podestà e dai procuratori del capo ghibellino: oltre alla somma pattuita, la signoria avrebbe concesso, per la liberazione dei prigionieri di Poggitazzi, altri cento fiorini e una rendita perpetua di quindici moggia (120 sacchi) di grano l'anno a Ghisola, moglie di Uberto Spiovanato. Si può solo immaginare con quanto accanimento i Fiorentini distrussero Montefortino, una volta avutolo nelle mani.

Imboccata la strada provinciale e percorso poco più di un chilometro e mezzo nel territorio comunale di Loro Ciuffenna: in direzione del capoluogo, prendendo sulla destra una stradella sterrata in salita all'altezza del Colombaio, si può raggiungere dopo un paio di tornanti la grandiosa pieve romanica di Gropina . Da qui, sulla via comunale che attraversa una pineta alle prime falde della montagna, si può scendere direttamente verso l'abitato di Loro Ciuffenna: di notevole interesse il suo antico centro storico, dove è stato aperto di recente un museo dedicato a Venturino Venturi.

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